DIARIO DI VIAGGIO DEL GRUPPO ECO.LAUDATO SI'.
Da latina a Burgazada (Istanbul)
dall’11 al 21 agosto 2026
di Federico Pascucci
di Federico Pascucci
Un viaggio come laboratorio pratico all’interno di un laboratorio teorico. Questo è stato il viaggio in Turchia del gruppo di Latina del progetto Eco.Laudato si'. Un progetto che unisce i messaggi di Papa Francesco, condivisi attraverso le encicliche “Laudato si'” (2015) e “Fratelli tutti” (2020), e che promuove l’incontro con la natura e l’incontro con gli altri popoli.
Il viaggio in Turchia si è svolto tra la metropoli di Istanbul e le isole di Burgazada (luogo di alloggio) e di Büyükada (Centro di Ecologia integrale Francescano). Dieci giorni di cammino, incontri, moschee e chiese, mercati e traghetti, con un unico filo conduttore: osservare, valutare, agire... E, ogni sera, fermarsi a scrivere.
Prima ancora di partire, al gruppo è stato chiesto di mettere per iscritto i propri obiettivi. Non ricette pronte, ma una domanda aperta: Perché parto? Cosa voglio capire? La risposta più bella, forse, è arrivata proprio da uno dei partecipanti: l'obiettivo era diventare "una spugna", pronta ad assorbire usi, costumi e sguardi di un paese nuovo, la Turchia, senza fretta di giudicare.
Il campo base è stato Burgazada, una delle Isole dei Principi nel Mar di Marmara, raggiungibile solo in traghetto da Istanbul.
Le giornate si sono aperte con una colazione comunitaria su una terrazza immersa nel verde, che si affacciava sul Mar di Marmara. La prima giornata di attività è stata svolta presso il centro culturale dell'isola: un'attività semplice come costruire braccialetti insieme a Ferah, che parlava solo turco, si è trasformata in una piccola lezione di vita su come superare le barriere linguistiche e culturali senza lasciarsi condizionare dalla timidezza.
Il pomeriggio, invece, è stato dedicato a un incontro con la natura del posto attraverso una passeggiata sino al Belvedere, sulla collina dell’isola di Burgazada.
Una delle giornate più intense è stata quella dedicata alla visita della chiesa francescana di Santa Maria Draperis, nel cuore dell'Istiklal Caddesi, la storica via dell'Indipendenza. Qui il gruppo ha incontrato i frati francescani, ha ascoltato il racconto della Madonna della Lettera – patrona di Messina, arrivata a Istanbul grazie a un emigrato siciliano – e ha scoperto elementi sorprendenti: i dettagli architettonici della chiesa, l'organo italiano dell'Ottocento, le lapidi incise nei muri e i racconti di vita di Padre Felianus, parroco francescano proveniente dall’Indonesia.
Da lì, un tuffo nella storia italiana di Istanbul: la Torre di Galata, i vecchi quartieri veneziano e genovese, la Chiesa di San Pietro e Paolo.
E poi il Gran Bazar, dove il viaggio si è fatto incontro umano: Filippo, commerciante di gioielli di origine siriaca, e suo figlio Saner hanno raccontato, a modo loro, cosa significhi essere felici.
Tra lavoro, famiglia e la soddisfazione di una vendita che, a volte, diventa qualcosa di più profondo di un semplice scambio commerciale.
La giornata si è chiusa con l'ingresso, il primo per molti del gruppo, nella Moschea di Sultanahmet, e con una domanda che è diventata il filo conduttore di tutto il viaggio: "Cosa ti fa sorridere quando ripensi alla giornata, prima di andare a letto?". Le risposte raccolte lungo il cammino – da un volontario della moschea, da un commerciante di tappeti, da suore, preti e un derviscio – compongono probabilmente il capitolo più bello di questo diario.
Le domeniche e i giorni di festa hanno portato il gruppo dentro la piccola comunità cattolica di Burgazada, con celebrazioni in turco presiedute dal vescovo di Istanbul, Mons. Massimiliano Palinuro, e da sacerdoti con storie molto diverse tra loro; come, per esempio, un prete diocesano milanese entrato in seminario a 12 anni e trasferitosi in Turchia alla ricerca della sua nuova missione.
Il lato asiatico di Istanbul, con la Moschea di Mihrimah Sultan e la tomba, sempre affollata di pellegrini, del poeta sufi Aziz Mahmud Hudayi, ha aperto un altro fronte di scoperta.
Ma è Büyükada, la più grande delle Isole dei Principi, ad aver regalato la giornata fisicamente più impegnativa: quattro chilometri di camminata-scalata, oltre 200 metri di dislivello, fino al Monastero di San Giorgio, passando tra un vecchio orfanotrofio abbandonato (una delle più grandi strutture in legno d'Europa) e dissetandosi con una spremuta di limoni turchi che, giurano i partecipanti, non ha nulla a che vedere con quella italiana.
In vetta, la ricompensa: una terrazza panoramica sulle Isole dei Principi e sull'Europa in lontananza, unita all'incontro con Murat, un derviscio discepolo di Mevlana, autore della frase forse più citata nei taccuini del gruppo: "La danza dei dervisci serve a lasciare l'anima libera, per capire la morte prima di morire".
Ogni incontro ha aggiunto una sfumatura diversa alla stessa domanda sul sorriso e sul senso della giornata: dalla gioia semplice del "fare del bene" alla consapevolezza più adulta che non tutti i giorni si può andare a letto sereni, e che la vera differenza sta in come si ricomincia il mattino dopo.
Nei giorni finali il gruppo ha visitato la Cattedrale del Saint-Esprit. Lì c'è stato l’incontro con Don Nicola, un parroco sardo con cinquant'anni di sacerdozio alle spalle e una vita passata tra Israele, Iran e Palestina, il quale ha raccontato con minuzia di dettagli i 180 anni di storia della Cattedrale e non solo: ha condiviso anche i racconti su Papa Roncalli e sul suo ruolo nel salvare migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Nella stessa cornice, il gruppo ha dialogato sul ruolo del confronto con altre culture e religioni con dei giovani animatori salesiani, arrivati a Istanbul dal Camerun e dalla Repubblica Democratica del Congo.
Un altro incontro molto toccante è stato quello con Nail Dede, sceicco dei dervisci, durante il quale il gruppo ha avuto il privilegio di ascoltare l'ezan intonato dal vivo dall’imam della Moschea di Şişli.
Il gruppo ha poi chiuso la sua esplorazione a Istanbul con la scoperta di Kalenderhane Camii: un tempo chiesa ortodossa e poi francescana, oggi è una moschea e vanta mosaici dedicati a San Francesco più antichi di quelli di Assisi.
Il cerchio si è chiuso pranzando, seduti su un tappeto come comanda la tradizione, nella bottega di Engin, insieme ai commercianti di tappeti che hanno deliziato i presenti con aneddoti e dettagli del loro lavoro.
Il ritorno a casa porta tanta gioia nel cuore per gli incontri fatti. Incontri con la natura e con le persone: dai religiosi alle “persone comuni”, che hanno comunque sempre qualcosa da insegnare.
Rimangono le esperienze, la fame di conoscenza e la voglia di rileggere un diario di viaggio ricco di parole, ma anche di foto, di emozioni e di tante domande che hanno trovato risposta.
Alla curiosità non deve esserci mai limite, così come alla voglia di migliorarsi: l’unione tra natura e persone può far scoprire pezzi di sé ancora sconosciuti.